Vigna e cantine: la storia

La collina di Vigliano ha da sempre avuto, grazie alla sua esposizione a mezzogiorno, una particolare vocazione per la coltivazione della vigna.

I primi proprietari di cui si ha traccia erano già dediti nel XVI secolo alla coltivazione della vigna. Esiste un atto di divisione fra due fratelli Malpenga, Cristoforo e Martino, in cui si parla di terre coltivate a vigna e di due cascine site “in finibus Aviliani”. Un altro Malpenga, il priore Pietro Francesco, lascia in testamento, nel 1755, una somata di vino del migliore, proveniente dalle sue vigne, ai padri cappuccini di Biella.
Ai primi dell’800 la proprietà passò al conte Giuseppe Fantone di Torino, ufficiale di carriera nell’esercito sabaudo, che nel 1821 per le sue idee liberali e la partecipazione ai moti di quell’anno fu allontanato con conseguente ritiro a vita privata. La coltivazione della vigna de La Malpenga fu la sua nuova occupazione e seppe trarne profitto, con vini apprezzati sia a livello italiano (insigniti di medaglia d’oro a due esposizioni nazionali) che estero (Belgio ed Inghilterra).

I successivi proprietari, i Biglia, impresari edili, non trascurarono di coltivare la vigna per continuarne la tradizione d’eccellenza. Vittorio Buratti, acquistata la proprietà de La Malpenga negli anni ’30 del XX secolo, si appassionò alla coltura della stessa ricavandone sia del più comune Barbera che dell’ottima Spanna. Quest’ultimo deriva dal vitigno del Nebbiolo ed è noto, nella stessa fascia pedemontana, poco più a Est, come Gattinara. Oggi tutta la zona è parte della DOC Coste della Sesia.

La cantina si arricchì di vini di ogni provenienza: Vittorio acquistò in blocco tutte le bottiglie presentate alla mostra enologica nazionale di Siena e le trasferì a La Malpenga. Viaggiando molto per motivi di lavoro, incontrava spesso - nei paesi d’oltremare - le comunità piemontesi lì trasferitesi e dedite alla coltivazione della vigna. Fu così che a La Malpenga arrivarono bottiglie di vini californiani, sudafricani ed australiani: una vera novità per quei tempi.
Nel suo infernòt (riservino) erano conservati anche vini centenari, di prima della fillossera. Vittorio si fece anche costruire, in una sezione appartata della villa, una Weinstube in perfetto stile tirolese, dove gustare con gli amici qualche buon bicchiere di vino.

Ancora oggi, nei corridoi della villa, si trovano dei cartelli – stampati in quell’epoca – che inneggiano al vino e al piacere di bere in compagnia.